Ci sono momenti in cui il lavoro che abbiamo costruito non ci rappresenta più. La storia di Chiara racconta della disillusione del proprio lavoro: non riuscire a vivere fuori ciò che si senti come potenziale dentro.
Non significa necessariamente che ci manchino competenze, esperienza o capacità. A volte significa semplicemente che siamo cresciute, mentre il lavoro è rimasto legato a una versione precedente di noi.
È quello che è successo a Chiara.
Quando abbiamo iniziato il Percorso di Coaching 1:1, nella primavera del 2023, Chiara aveva un’agenzia di marketing, gestiva persone, era mamma e portava avanti molte responsabilità.
Da fuori c’erano competenze, esperienza e un’attività costruita negli anni.
Dentro, però, c’era una forte disillusione del proprio lavoro e del proprio futuro professionale.
Si sentiva bloccata in una situazione che non sentiva più sua e non riusciva a vedere quale potesse essere la direzione successiva.
Da quel momento è iniziato un percorso di cambiamento personale e professionale.
Abbiamo lavorato sulla capacità di stare nel presente, sul giudizio e sul perfezionismo, sul riconoscimento del proprio valore, sul Money Mindset e sul modo di affrontare gli obiettivi.
Nel frattempo Chiara ha iniziato a dare spazio alle proprie competenze, ha avviato le prime consulenze, si è formata nel coaching, ha completato la laurea mentre lavorava e ha iniziato a cercare un contesto professionale internazionale nel quale poter esprimere il proprio potenziale.
Il Mastermind e la 12 Mila Volte Community hanno accompagnato questo percorso, diventando anche spazi in cui riconoscere, attraverso gli occhi delle altre, competenze e capacità che da sola faceva più fatica a vedere.
Oggi Chiara è Chief Growth Officer in 24/7X, lavora in un contesto internazionale e full remote e sta sviluppando MIRA, una web app per imprenditrici, freelance, libere professioniste e piccole aziende.
Questa è la storia del percorso che l’ha portata dalla disillusione del proprio lavoro alla leadership.
Ascolta la storia di Chiara in MAGNETICO Podcast:
Quando il lavoro non ti rappresenta più
P.
Ci conosciamo dal 2019 e, quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, non c’è stata una vera e propria email di richiesta perché ci conoscevamo già.
Ricordo che mi avevi scritto dicendomi che era da un po’ che pensavi di lavorare con una coach, di fare un percorso su di te, e avevi pensato a me.
Non avevi però un obiettivo preciso.
Vuoi raccontare come ti sentivi all’inizio?
C.
Mi sentivo bloccata.
Questa è proprio la prima parola che mi viene in mente.
Mi sentivo in una situazione che non era più mia, in un contesto che non mi dava soddisfazione, non mi piaceva.
Ero proprio circondata da tante situazioni diverse che non mi permettevano di essere me stessa, di sentirmi bene, di essere felice, semplicemente.
Quindi vivevo effettivamente in questa bolla di disillusione.
E mi ricordo di averti contattata e di voler fare un percorso, ma non avevo idea neanche di da dove iniziare, di come iniziare.
Mi ricordo che i primi messaggi erano un po’ sconclusionati.
C’era proprio bisogno della tua guida.
P.
Questa è una situazione che incontro spesso.
Viene condivisa molto l’idea che, prima di iniziare un percorso, dobbiamo sapere esattamente cosa vogliamo creare. Io invece non ne faccio mai un problema quando una persona è confusa.
Il tempo insieme ci permette di capirlo.
Di base è togliere per riuscire a vedere.
Nel tuo caso stavi portando avanti davvero tanto.
Avevi la tua agenzia di marketing, gestivi persone, avevi tutti i tuoi impegni personali come mamma e compagna, in più, cercavi di capire cos’altro poter fare.
C’era una domanda molto importante: chi sono io, cosa posso fare e qual è il mio spazio in tutto questo?
Come vivevi il tempo e le tue giornate in quel periodo?
C.
Malissimo.
Mi ricordo la pazienza con cui mi ascoltavi nelle primissime sessioni.
Avevo proprio bisogno di buttare fuori tutto.
Mi ricordo questo tuo ascolto costante, silenzioso, per permettermi di buttare fuori.
Il rapporto con il tempo in quel periodo era proprio brutto.
Non riuscivo a stare nel presente. Non riuscivo a vivere le cose, a riconoscere e a vivere le cose belle che avevo attorno.
Questo me lo ricordo perfettamente.
E probabilmente fu anche una delle prime cose che mi dicesti: “Impara a stare nel percorso, impara a goderti il viaggio“.
Questa è forse una delle prime frasi che mi hai trasmesso, una di quelle frasi tue che si radicano dentro e restano.
Ero concentrata sul trovare soluzioni, sul volerci arrivare il prima possibile e non vedevo il viaggio. Non lo vedevo, non lo valutavo. C’era questa sproporzione enorme.
E poi avevo questo contesto tossico attorno, sia a livello di relazioni che di lavoro.
Ero proprio bloccata su tutti i fronti.
Dare spazio alle competenze: le prime consulenze
Quando attraversiamo una fase di disillusione del proprio lavoro, la prima reazione può essere pensare di dover ricominciare completamente da capo.
Ma non è mai così. Il cambiamento consiste nel riconoscere ciò che abbiamo già costruito e iniziare a guardarlo da una prospettiva diversa.
Nel caso di Chiara, il percorso è partito proprio da qui: dare spazio alle competenze che già aveva e capire come poterle portare in una direzione nuova.
P.
Abbiamo lavorato molto nel darti spazio.
Perché in realtà quella era, in qualche modo, la richiesta di aiuto che sentivo sotto al desiderio di lavorare insieme.
Era proprio: “Ok, chi sono? Cosa posso fare? Dov’è il mio spazio in tutto questo?”
Stavi portando avanti tutto quello che da tempo già volevi. E spesso succede che quello che abbiamo davanti nel presente sia il risultato di un desiderio, di intenzioni e di attività che abbiamo avuto prima.
Possiamo quindi non essere più quella persona.
Possiamo non riconoscerci più in quello che abbiamo davanti.
Ma questo non vuol dire che dobbiamo buttare via tutto o pensare di non avere nient’altro.
Semplicemente, non lo vediamo ancora.
Abbiamo quindi lavorato sul dare spazio alle tue competenze anche nel mentre.
La tua capacità di ascolto, di risoluzione dei problemi, di strategia, di visione.
E hai iniziato a offrire le prime consulenze, insieme a tutto il resto.
È stato sfidante.
Ma sentivi di essere nel tuo, tanto che poi ti sei anche formata nel coaching.
Vuoi raccontare come ti sentivi quando hai iniziato a darti spazio per fare ciò che volevi fare?
C.
Credo siano stati i mesi in cui quelle famose frasi che si radicano hanno cominciato un po’ a dare dei click, a farmi fare quei gradini, un passo per volta, per effettivamente avviare il processo di cambiamento.
Mi sono formata nel coaching mentre stavamo ancora facendo il percorso.
La sentivo semplicemente come una cosa che dovevo fare.
Non so spiegartelo diversamente.
Durante il nostro percorso di coaching è stata probabilmente la prima volta in cui mi sono aperta a dare e ricevere.
A questo meccanismo di poter dare, quindi poter offrire energia, amore, non soltanto business oriented, ma proprio guardando la persona, usando il cuore.
Quando tu mi dicevi “metti più amore, metti più amore in quello che fai, in quello che dici, in te stessa”, quelle prime sessioni di coaching insieme, poi i primi percorsi che ho fatto io con le ragazze che seguivo, sono stati una chiave di crescita personale enorme.
Anche a livello emotivo, di gestione della mia energia, di riconoscere il valore che potevo portare, ma anche che potevo ricevere da determinate situazioni.
Tutto quel percorso è stato probabilmente un primo grande sblocco di crescita, rivoluzionario.
Non tanto a livello di business, ma proprio a livello personale.
Gestione delle emozioni, gestione delle situazioni, viversi il presente, imparare a stare in quella situazione.
Nel coaching si parla tanto di ascolto attivo. Quella parte lì, quell’esserci, in quel momento è stato probabilmente uno dei primi grandi cambiamenti che si sono avviati in tutti gli anni che ormai ci conosciamo.
Il giudizio, il perfezionismo e il proprio valore
Dare spazio alle proprie competenze significa anche accettare di mostrarle.
E per farlo bisogna esporsi.
Pubblicare, scrivere, offrire consulenze, raccontare ciò che sappiamo fare significa anche lasciare andare, almeno in parte, il bisogno di fare tutto perfettamente e la paura di come verremo percepite.
Nel percorso di Chiara questo ha significato lavorare profondamente sul giudizio.
P.
Hai sempre avuto questa grande capacità di condividere, di raccontare. Hai quindi iniziato a ricreare il tuo sito, a scrivere, a metterti fuori, a mostrarti.
In inglese diciamo put yourself out there.
E questa è una delle cose che di solito crea più resistenza quando siamo in una situazione di blocco. Perché è come se volessimo già risolvere le cose da sole invece di metterci fuori.
Abbiamo lavorato molto sul togliere il giudizio verso te stessa.
Sul non avere bisogno che fosse tutto perfetto.
Ti ricordi?
C.
Mamma mia. Il lavoro sul giudizio verso me stessa penso sia stato uno dei più profondi che abbiamo fatto.
Non posso dire di averlo risolto al 100%, ma ho imparato a riconoscere il mio critico interiore, ad ascoltarlo quando serve e a tenerlo a bada quando parte per la tangente.
Nei primi sei-otto mesi di lavoro insieme, più o meno, il giudizio era a tutti gli effetti bloccante.
Giudizio di me stessa verso me stessa.
Paura del giudizio degli altri.
E anche tante costruzioni mentali che andavano oltre la semplice paura del giudizio.
Bloccavano qualsiasi tipo di azione io volessi intraprendere o anche solo il ragionare strategicamente in determinate direzioni, per paura di non essere quella che avrei dovuto essere.
Ricordo che a un certo punto, nel percorso, ho cominciato a stare nel viaggio famoso e ad andare un passo alla volta.
A riconoscermi la possibilità di sbagliare.
E a riconoscere che, pur sbagliando, non veniva meno il mio valore.
P.
È un aspetto che vedo spesso nelle persone con cui lavoro. Il desiderio di ricevere continuamente conferme del proprio valore.
Sappiamo di avere valore, ma poi finiamo per attribuirlo a quello che arriva dagli altri.
Ti ricordi cosa c’era e come oggi invece lo vivi?
C.
Sì. Prima se sentivo che qualcuno mi giudicava in un determinato modo, a tutti gli effetti questo influiva su come attribuivo valore a me stessa.
Viceversa, se raggiungevo un traguardo, se c’era qualcosa di positivo, allora quella cosa attribuiva valore a me stessa.
Però erano sempre molto sbilanciate.
Paradossalmente, tirare giù il valore è sempre stato molto più facile.
Alzare il valore che riconoscevo a me stessa è sempre stato molto più difficile.
Invece oggi ho imparato a darmi valore.
Ho imparato a riconoscere il valore di tutte le mie esperienze.
Avevo tanta paura che, essendo il mio percorso non lineare, che questo non desse valore.
Volevo fare il medico da piccola, volevo fare il percorso lineare.
Il mio percorso è molto più travagliato e variegato e ho sempre avuto la paura che questo fosse un deficit.
Invece, nel Percorso di Coaching 1:1 insieme, ho imparato a vederne i lati positivi.
Ho imparato a vedere tutte le cose che ho in più rispetto a chi magari ha fatto un percorso lineare.
O semplicemente ho imparato a vedermi. Ho imparato a riconoscere che tutte le esperienze hanno contribuito a chi sono oggi. Ho visto ciò che so, ciò che conosco, ciò che ho fatto in modo diverso, in modo nuovo.
P.
Penso che le persone che ti ascoltano o leggono possano vedere e sentire quanto oggi questo sia diventato tuo.
Spesso capiamo concettualmente certe cose. Sono credenze che condividiamo, che magari diciamo alle nostre amiche. Ma poi non le diciamo a noi stesse.
E lì c’è la differenza tra capire qualcosa e averlo davvero interiorizzato.
Anche l’abitudine di parlare così a te stessa.
Mi è capitata questa cosa spesso con persone molto intelligenti, come lo sei tu. Quando c’è una grande capacità critica, può esserci anche una resistenza e a cercare costantemente il dover fare bene.
Il fatto di permetterci di fare schifo nel mentre è più difficile quando abbiamo la capacità di capire subito quello che è bene e quello che non lo è.
Chi ha meno questa capacità critica può essere più naïf e quel tipo di naïf porta anche a muoversi di più.
Invece questo aspetto di intelligenza e consapevolezza può portare a chiudersi.
Era quel tipo di rigidità che tu sentivi.
Come se ogni volta ti guardassi da fuori rispetto a ciò che sapevi di poter fare.
Anche sapendo di essere già lì, non era immediato darti il tempo per arrivarci.
Ma dovevi permetterti di uscire in modo meno perfetto, per poi poter arrivare a esprimerti davvero al 100% come volevi. È stato bello vederti in questo.
C.
Grazie.
Se ci siamo arrivate è anche merito tuo.
Money Mindset: lasciare andare ciò che non ci appartiene
Il lavoro sulla propria direzione professionale ha toccato anche il rapporto di Chiara con il denaro.
Perché il modo in cui pensiamo al denaro è spesso collegato al modo in cui pensiamo al lavoro, al valore, alla fatica e a ciò che pensiamo di meritare.
Nel suo caso, lavorare sul Money Mindset ha significato riconoscere alcuni schemi che non sentiva più propri e iniziare a costruire un rapporto diverso con il denaro.
P.
Una delle cose che mi hai scritto quando hai ripercorso il nostro lavoro insieme è che sei andata “come un caterpillar” sull’aspetto legato al mindset sui soldi.
Quindi sulla capacità di poter guadagnare in modo semplice, leggero, senza quell’idea della fatica e dell’impegno.
Anche qui spesso ci crediamo in senso generale.
Lo vediamo per gli altri.
Ma è come se noi ci escludessimo.
E in quel caso tu ti stavi veramente escludendo.
Eri disillusa rispetto a quello che pensavi fosse possibile per te.
Ti ricordi la resistenza che c’era e poi qual è stato lo sblocco?
C.
Sì, certo che me lo ricordo.
Quello che più di tutto mi ha aiutato a uscire dalla situazione in cui ero legata al denaro è stato imparare a riconoscere, da una parte, gli atteggiamenti che non erano nati da me ma erano diventati miei.
E dall’altra i pattern che derivavano dal mio passato, dalle persone che facevano parte del mio passato e, in generale, dalla famiglia d’origine e dal contesto in cui sono cresciuta.
Sono tutte fasi della vita che ti lasciano dentro delle tracce.
Nel mio caso c’era l’utilizzo del denaro come meccanismo di compensazione.
C’era l’attribuire valore alla persona in base al denaro.
C’erano questi pattern molto grandi e molto significativi che bloccavano e causavano una serie di resistenze.
Anche fisiche.
Mi ricordo che quando ne parlavamo era proprio qualcosa dentro cui non volevo entrare.
Non ero a mio agio stare in quella conversazione, in quella dinamica.
Probabilmente perché vivevo una situazione che in realtà non mi apparteneva.
Era sempre collegato a quello che dicevamo prima sul valore.
Lo stesso valore personale era anche visto come un valore economico.
E io non riuscivo a riconoscermelo.
Mi ricordo che una volta tu mi dicesti qualcosa come: “Lì fuori c’è già per te. C’è già questa cosa, questo denaro. Tu devi solo chiederlo.”
E da lì abbiamo smontato diverse convinzioni.
La laurea: un passo alla volta
Avere un obiettivo non significa necessariamente sapere già come raggiungerlo.
Una parte importante del lavoro che abbiamo fatto insieme è stata proprio imparare a trasformare un obiettivo grande in passi concreti, senza pretendere di avere tutto sotto controllo dall’inizio.
La laurea è forse l’esempio più concreto di questo cambiamento.
Chiara lavorava, era mamma e aveva davanti un esame che da tempo sembrava quasi impossibile da affrontare.
Ma invece di continuare a chiedersi come avrebbe potuto fare tutto, ha iniziato a concentrarsi sul passo successivo.
Un passo alla volta.
C.
Mi ricorda molto quel momento in cui parlavamo della laurea, perché tu mi dicevi che quando cominci a chiedere all’universo e sei allineata a quello che vuoi, l’universo risponde.
Non so se le parole fossero esattamente queste.
Ma è stato proprio nel periodo in cui ho rivalutato il discorso dell’esame della laurea che stavamo affrontando anche quello del denaro.
Lì ho fatto un passo alla volta.
Imparando a godermi il viaggio.
Un po’ alla volta ho capito quella frase che mi dicevi.
Ho visto come essere allineati ai propri obiettivi e cominciare a chiedere effettivamente porti i risultati.
Quell’esame che mi mancava, quando sono arrivata all’orale, io sapevo esattamente come sarebbe andato.
Ed è andato esattamente come mi aspettavo.
Le domande, tutto.
È pazzesco se ci ripenso.
P.
C’è una bellissima frase che mi disse la mia insegnante quando avevo 17-18 anni.
Ero cinica, scettica, molto adolescente.
Mi disse:
“Non devi credere a quello che fai, ma fai, e poi credi ai risultati.”
Non occorre crederci a prescindere.
Puoi fare quello che devi fare e poi credere ai risultati.
Sono i risultati che parlano.
Questa cosa mi ha sempre aiutato molto.
Quindi mi affidavo a quello che c’era da fare. Facevo e poi credevo ai risultati.
È il processo.
Non hai bisogno di doverlo capire mentalmente al 100% prima di iniziare.
All’inizio non si capisce.
Si sente.
E quello che tu hai fatto è stato affidarti.
C.
Esatto.
L’esame è l’esempio perfetto.
Io ho cominciato dicendo: “Io di questa materia non capisco niente.”
E ti dicevo: “Patty, ma io come faccio? Non ho il tempo. Lavoro, ho la bambina. Dove la incastro questa roba?”
E poi un passo alla volta.
Ho cominciato a capire, a fare gli esercizi.
Stiamo parlando, tra parentesi, di meccanica strutturale, quindi non proprio una cosa all’acqua di rose.
Però, un passo alla volta, stando lì, ho cominciato a capire.
E cominciando a capire arrivano quelle piccole vittorie quotidiane che ti fanno prendere fiducia, che ti fanno andare avanti, che ti fanno continuare.
Ti fanno credere ai piccoli risultati.
P.
Un passaggio importante che voglio condividere perché magari qualcuno che ci ascolta può vivere una situazione simile è quello di chiedere: perché vuoi quella cosa?
Con le donne con cui lavoro affronto temi molto diversi: a volte personali, a volte legati al lavoro, al business, allo studio.
E spesso lavoriamo sul perché vogliono quella cosa.
Nel tuo caso, la tendenza a pensare agli altri ti portava a pensare a quell’obiettivo per gli altri.
E quindi rischiavi di non farlo per te.
Questo ovviamente non ti dava la motivazione e la concentrazione che meritavi di avere.
Nel momento in cui abbiamo sbloccato il perché lo volevi davvero, cosa ha significato per te?
C.
Mi ricordo la sessione proprio precisamente.
È una di quelle in cui sei andata come un caterpillar.
A un certo punto mi hai detto:
“Chiara, no. Tu questa cosa la vuoi fare per te.”
Me lo ricordo proprio perché io rimanevo costantemente agganciata al non voler deludere.
A non voler lasciare qualcosa in sospeso.
Alla paura che gli altri magari mi giudicassero in un certo modo.
E non riuscivo ad arrivare a farlo per me.
P.
Esatto.
Anche perché c’era un’abitudine, in quel momento, che secondo me riassume bene la situazione: rispondere alle situazioni in modo reattivo invece di crearle.
Eri costantemente rimbalzata tra task, mail, telefonate.
E c’è il rischio di approcciare anche le nostre cose allo stesso modo.
Ma alcune cose non funzionano così.
Soprattutto quelle che hanno bisogno di tempo e costanza.
Ho lavorato su quella cosa non soltanto perché sapevo che era una delle cose che volevi, ma perché quando sblocchiamo una cosa in cui siamo bloccate in un’area, sblocchiamo tutto il resto.
È come se fosse una nostra ombra.
Più la vediamo, più la affrontiamo e più impariamo a starci bene, più poi tutto il resto può muoversi.
E questo era importante anche per la parte economica, per la carriera, per il lavoro.
Come ti sei sentita dopo averlo fatto?
Hai fatto quell’esame e ti sei laureata in meno di due mesi.
C.
Sì. È stata una bella corsa.
Per me è stato proprio quello che descrivi.
È stato il processo.
Non è andato a posto solo quello.
Nella mia testa si è chiarificata tutta una serie di situazioni, dubbi e blocchi che avevo nello stesso periodo. Hanno cominciato un po’ a mettersi in ordine.
Ed è come se avessi cominciato a sentire una serenità interiore che prima non avevo mai sentito.
Data dall’aver deciso, per me stessa.
E in quel periodo quella serenità interiore mi ha fatto prendere un’altra serie di decisioni.
Decisioni su altri aspetti della mia vita che hanno poi innescato un cambiamento a cascata nei mesi successivi.
Mi hanno dato proprio consapevolezza di me stessa.
Avevo probabilmente sciolto definitivamente alcuni di quei blocchi e di quelle resistenze.
E avevo messo in fila le cose.
Il Mastermind: vedere se stesse attraverso gli occhi delle altre
Il Mastermind è stato un altro passaggio importante nel percorso di Chiara.
Perché riconoscere le proprie competenze da sole non è sempre facile.
A volte abbiamo bisogno di uno spazio in cui altre persone possano mostrarci ciò che noi non riusciamo ancora a vedere.
Il gruppo diventa uno specchio.
P.
Ho osservato che una cosa che ti ha aiutato molto è stata quando hai fatto il Mastermind.
Era un percorso di gruppo con altre ragazze.
Secondo me lì hai visto quanto sapevi fare, quanto stavi facendo.
Avevi visto che volevi giocare in un altro campionato.
Come se sapessi di essere pronta per andare in un’altra serie.
È stato così?
Che cosa è stato il confronto con il gruppo?
C.
Sì. Credo che sia stato sicuramente il confronto con le altre e sicuramente anche la tua guida in quel contesto.
Il Mastermind lavora per obiettivi, per fasi.
Quindi non è come nelle sessioni 1:1, dove il lavoro è più stretto.
E tra questa connotazione e il confronto con le altre, penso che sessione dopo sessione ho capito, cioè ho imparato anche lì a darmi valore.
È come se attraverso i loro occhi avessi imparato a vedere me stessa.
Nel Mastermind lavoravamo insieme, in gruppi, con momenti di scambio con le varie ragazze.
E in quei momenti mi rendevo conto di esserci.
Di saperlo fare. Di saperlo fare anche discretamente bene.
E questo mi ha dato forza.
Mi ha aiutato a trovare forza e anche più consapevolezza di me.
P.
Questa è una cosa che ripeto spesso.
Soprattutto come donne, soprattutto se siamo intelligenti e sappiamo fare tante cose da sole, non ci confrontiamo molto con le altre.
Non ci troviamo spesso in contesti in cui possiamo vedere cosa sanno fare le altre, sia che sappiano qualcosa in più di noi, sia che sappiano qualcosa in meno.
Siamo molto concentrate sulle nostre giornate, sui nostri obiettivi.
Invece stare in gruppo ci mostra a specchio cose che da sole non riusciamo a vedere.
Un commento, un consiglio, una domanda di qualcun’altra ci mostra qualcosa da una prospettiva diversa dalla mia. Perché il gruppo ha competenze diverse, modi diversi, storie diverse.
E questo amplifica.
Mostra qualcosa che prima era lì, nascosto.
Nel tuo caso hai potuto vedere anche quanto fossi leader.
Tanto che poi, in uno dei Mastermind successivi, sei stata anche guest speaker e ti ho coinvolta nell’aiutare le altre. Da lì è come se avessi dato forza ancor di più alla tua competenza di leadership.
Non perché prima non ci fosse.
Ma perché l’hai portata fuori in un contesto diverso dal solito.
E hai iniziato a osare di più.
È successo?
C.
Sì.
Decisamente.
E dalle piccole cose: le situazioni in famiglia, in casa, dai meccanismi di coppia.
Fino poi a quelle più grandi e significative.
Vedi la laurea, vedi il lavoro, vedi tanti aspetti anche professionali.
Sicuramente, anche per il periodo, sono stati mesi di sblocco totale.
12 Mila Volte Community: uno spazio protetto
Il percorso non si svolge soltanto nelle sessioni di coaching.
Una parte importante del lavoro accade nel tempo tra una sessione e l’altra.
Per Chiara, la 12 Mila Volte Community è stata una presenza costante durante questo cambiamento: uno spazio di confronto, condivisione e supporto, senza giudizio.
P.
Sei entrata nella Community 12 Mila Volte e penso che ti abbia aiutato a tenere il filo delle tue esperienze.
Infatti quello che sto cercando di creare è uno spazio dove le persone possano sentirsi libere di esprimere il proprio modo di essere.
Ci sono persone che fanno più lavori, più esperienze diverse, che vivono in posti diversi.
Penso che questo ti abbia aiutato e alimentato quello che tu già avevi capito.
C.
La Community per me è stata tanto.
È stata una bella àncora.
Noi stavamo lavorando 1:1, avevamo le sessioni, però nel tempo tra le sessioni e nel tempo del percorso in generale la Community ha avuto un supporto incredibile.
Perché ti confronti con persone che stanno attraversando difficoltà simili alle tue, o che magari le hanno già affrontate, le stanno affrontando o ne hanno delle altre.
Ho trovato la stessa apertura, la stessa volontà di condivisione pura, senza giudizio.
Uno spazio protetto.
Mi sono sempre sentita molto accolta all’interno della Community.
Non c’è mai stata la paura di uscire allo scoperto.
È uno spazio dove quelle piccole attività che hai organizzato, come il “Festeggia” del venerdì, ti permettono di condividere anche la gioia degli altri.
Mentre stai attraversando momenti di una certa difficoltà, vivere attraverso la gioia degli altri è qualcosa che può tirarti su, darti energia, farti vedere dove puoi arrivare.
P.
Il “Festeggia” del venerdì in Community nasce per allenarmi a vedere quello che c’è anche nel mentre.
E quello che c’è nel mentre, grazie anche al feedback delle altre, aiuta, ispira, fa sentire in cammino.
Perché non è sempre tutto lineare.
C’è giù, c’è su.
C’è un roller coaster di emozioni, soprattutto quando si ha una propria attività, quando si fanno più lavori o si hanno più obiettivi. Non c’è un posto dove arrivare.
Raggiungi un obiettivo oggi e ne avrai un altro domani.
Quando impari a vedere questo, riesci a goderti le micro-sfide quotidiane, a sfidarti sempre di più, a goderti dove sei.
A trovare gioia in questo.
A non vederlo come una difficoltà o come un impegno stratosferico, ma a normalizzare il fatto di avere sempre nuove sfide, nuovi obiettivi ed essere okay, senza giudizio anche in questo.
Dalla disillusione del proprio lavoro a una nuova leadership
A un certo punto il cambiamento interiore ha iniziato a tradursi in decisioni professionali concrete.
Chiara non stava semplicemente cercando un nuovo lavoro.
Stava cercando un contesto professionale diverso, più ampio e internazionale, nel quale poter portare le competenze che aveva imparato a riconoscere.
P.
Insieme alla laurea, avevi questo obiettivo di inserirti in un contesto internazionale, di candidarti, di trovare spazi diversi dove portare le tue competenze.
Quando ci siamo sentite al telefono eri proprio in quel momento.
Che cosa è successo lì?
Che cosa hai sentito di te e che cosa hai messo in pratica?
C.
In realtà era un po’ prima.
Ci siamo sentite al telefono perché io ho tuttora il sogno di andare a vivere all’estero per un periodo della mia vita. Quindi ti avevo chiamata per capire il tuo punto di vista e avere qualche consiglio.
In quel momento questa mia volontà si è unita alla volontà di fare un’esperienza lavorativa completamente diversa rispetto ai contesti in cui lavoravo in quel momento, ma anche, in generale, negli ultimi anni.
Volevo un contesto internazionale.
In generale diverso.
In cui potermi espandere, portare il mio potenziale, perché avevo capito di averne.
Probabilmente non fino a che punto.
Penso che questo sia un percorso sempre aperto, perché siamo in costante evoluzione.
Cresciamo e crescendo cresce la nostra competenza, cresce la nostra professionalità e quindi tendiamo a espanderci sempre di più nei contesti dove vogliamo farlo.
Cercavo proprio un modo per cambiare completamente.
È stato quel periodo in cui una serie di decisioni personali ha innescato una serie di cambiamenti nei mesi successivi.
Una di quelle decisioni è stata lasciare il lavoro che da anni mi teneva lì, bloccata.
Staccarmi da quelle relazioni tossiche che mi tenevano incastrata.
Tagliare un po’ di cordoni ombelicali vari.
E fare un’esperienza che fosse mia.
Solo mia.
Dedicata alla mia crescita personale e professionale.
E lì ho iniziato a mettermi in gioco.
A inviare le candidature, a valutare le aziende anche in base a quello che volevo.
Non semplicemente perché cercavo un lavoro.
Io non stavo cercando un lavoro.
Stavo cercando un’esperienza.
Stavo cercando una realtà precisa in cui lavorare, un modo di lavorare preciso, un modo di vedere le cose, di vedere il lavoro, di concepire il lavoro.
E quindi lì ho proprio cominciato a espormi in modo diverso.
Uscire dal confronto
È stato anche il periodo in cui Chiara ha scelto di togliere i social dalla propria quotidianità.
Non di smettere di comunicare o condividere, ma di uscire dal confronto costante con le vite degli altri.
C.
È stato in realtà il periodo in cui ho tagliato i social.
Paradossalmente è stato il periodo in cui ho smesso completamente di usarli.
Non di condividere, ma di fruirne proprio come utente.
In quel periodo ho aggiunto un tassello al blocco sul giudizio.
Ho smesso di paragonare la mia vita a quella degli altri.
Ero entrata in questo meccanismo nei social e toglierli mi ha permesso di uscire da questo costante paragone.
Quel costante “non essere abbastanza”.
Quello che faccio non è abbastanza: “non fai abbastanza viaggi abbastanza belli”, “non hai abbastanza cose”, “non sei sufficientemente attiva”, “non sei una mamma abbastanza perfetta”.
Perché anche questo, essendo mamma, sui social sappiamo che la maternità è polarizzante.
E io sono una persona che tende a voler fare tutto bene.
Era diventato tutto troppo.
Quindi fare questa scelta di uscire dal confronto, dalla società in generale, e stare su di me mi ha permesso di fare gli ultimi passi verso il cambiamento che cercavo.
Le candidature.
Il lavoro nuovo.
L’esame.
La laurea.
E da lì tutto quello che poi c’è e ci sarà.
Consapevolezza, fiducia, libertà
P.
Se dovessi scegliere un’unica cosa che ti ha dato il percorso, quale sarebbe?
C.
È difficile, perché abbiamo fatto tantissime cose insieme.
Le parole chiave che mi vengono in mente sono consapevolezza, fiducia e libertà.
Libertà intesa come libertà di essere me stessa, libertà di sbagliare.
Consapevolezza perché sono cresciuta tantissimo in questi anni insieme.
E fiducia perché ho imparato ad avere fiducia nel processo, fiducia in me stessa, fiducia nei piccoli traguardi quotidiani.
Ma anche fiducia che quando sei allineata ai tuoi obiettivi l’universo risponde.
Questa fiducia qui è qualcosa di profondo.
P.
Questa è una domanda che faccio sempre.
Che consiglio daresti a una persona che oggi si trova dove eri tu quando hai iniziato?
Bloccata, confusa, con tante cose in mano ma senza riuscire a vedere la direzione.
C.
Di iniziare un percorso di coaching, di sicuro.
Questo penso che sia fondamentale.
È molto diverso da un percorso psicologico, intanto.
Lavorare sul positivo e lavorare sul futuro è qualcosa di completamente diverso da una terapia psicologica.
Riuscire a evolvere senza entrare nel trauma, secondo me, è qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno.
E l’altro consiglio che darei, per esempio, a me stessa è quello di non avere fretta.
Di rallentare.
E di imparare a stare nell’oggi.
In quello che oggi c’è.
Imparare a riconoscerlo.
Perché tante volte io ho avuto fretta.
Però la fretta non è sempre positiva.
P.
È imparare a rallentare per creare.
Più rallentiamo e stiamo nel presente, più riusciamo a creare.
Perché è solo nel presente che creiamo.
Il tempo è anche un’illusione della mente.
Lo abbiamo inventato noi e lo dividiamo in questo modo.
Più stiamo qui, nel presente, più portiamo consapevolezza a quello che abbiamo davanti e più riusciamo a vedere quello che c’è.
Ascoltare una persona mentre sta dicendo qualcosa.
Rileggere e trovare qualcosa che c’è scritto.
È aumentare l’intensità.
C.
Esatto.
Ed è proprio essere qui.
Non devi per forza essere proiettata nel futuro, proiettarti costantemente nel futuro, in quello che vuoi, in quello che vuoi essere, in quello che vuoi fare. Non è tutto nel futuro.
MIRA: trasformare l’esperienza in un nuovo progetto di web app
Oggi il percorso professionale di Chiara continua anche attraverso un nuovo progetto.
P.
So che in questo momento stai sviluppando la tua web app.
Non ne abbiamo parlato molto durante il percorso, anche perché è un progetto recente.
Ma io ricordo bene i tuoi file Excel, le condivisioni, l’aiuto rispetto a questo che hai dato durante tutto il Mastermind. So cosa c’è dietro: negli anni di lavoro su te stessa e con i tuoi clienti.
Vuoi raccontare dove stanno andando le tue energie in questi ultimi mesi?
C.
Sì.
Sto sviluppando una web app, MIRA.
Nasce per donne imprenditrici, freelance, libere professioniste e piccole aziende.
L’obiettivo è smettere di impazzire tra mille Excel e riuscire a capire effettivamente se il business ci sostiene.
Arriva dal mio percorso e da una necessità che ho letto in tantissime delle donne con cui ho lavorato o con cui ho parlato. Molto spesso si fa fatica a unire i puntini tra costi di vita, costi di business, pianificazione, accantonamenti, tasse.
Si fa fatica a tenere le fila di tutto quello che riguarda l’avere un business.
Quello che vorrei che facesse MIRA è aiutare in questa situazione.
È un mio progetto parallelo, un side project in questo momento.
Siamo all’inizio e sto raccogliendo i primi feedback dalle primissime persone della Community.
P.
Quando me l’hai mandato, due settimane fa, ti avevo proprio detto che io stessa ero andata a cercare una cosa simile.
Volevo un spazio dove dove inserire tutti i numeri di business per poterli vedere, anche in ottica di previsione.
Secondo me lo sviluppo di MIRA è ottimo anche per questo.
Tutti quei ragionamenti che altrimenti deleghiamo a una commercialista possiamo riuscire a farli in autonomia e avere uno strumento che ce li faccia vedere.
C.
Il business deve stare in piedi, ma deve consentirti di vivere.
Unire più cose insieme e avere una dashboard che renda tutto più chiaro.
P.
Le persone dove possono trovarti, Chiara?
C. Mi trovano sul mio sito e su Instagram come @chiara.simionato.
Se anche tu senti che il tuo lavoro non ti rappresenta più
La storia di Chiara è iniziata da una sensazione molto semplice: non riconoscersi più nel proprio lavoro.
Aveva competenze, esperienza e un’attività costruita negli anni.
Ma aveva bisogno di capire quale fosse la direzione successiva.
Il cambiamento non è arrivato tutto insieme.
È arrivato attraverso una serie di passi: dare spazio alle competenze, iniziare nuove consulenze, imparare a esporsi, lavorare sul giudizio e sul perfezionismo, cambiare il rapporto con il denaro, affrontare un obiettivo alla volta, riconoscere il proprio valore, confrontarsi con altre professioniste e, infine, scegliere un nuovo contesto professionale.
Oggi quel percorso si traduce in un ruolo di leadership internazionale.
Se senti che il tuo lavoro non ti rappresenta più, che vuoi cambiare direzione professionale o che hai un business ma non riesci a capire quale sia il prossimo passo, il Percorso di Coaching 1:1 può essere uno spazio per fare chiarezza, riconoscere le tue competenze e costruire una direzione più tua.
Prenota la tua Discovery Call per raccontarmi la tua storia, e capire insieme se il percorso è per te!
